-SILVIO LACASELLA
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Conversazione con Marco Vallora
Maggio 1998



Conversazione con Camilla Grillini
Ottobre 2003




Conversazione con Fabrizio D'amico
2009



Conversazione con Filippo Bordignon
Febbraio 2010

S.L.
Non è facile parlare di me stesso e del mio lavoro, non solo per una questione di istintivo pudore ma anche perché un'ombra irregolare ha accompagnato tutta la mia vicenda artistica, specie agli esordi. Io non credo di essere nato pittore, anzi ne sono quasi certo. A scuola, da ragazzo, ricordo che guardavo con una certa invidia compagni assai più dotati di me: disegnavano con gioia, come tirar calci ad una palla: Io invece faticavo ma sentivo che l'arte non era come lanciare una palla: a rimbalzare erano i sentimenti. Da subito ho amato molto la pittura, se devo essere sincero ancor di più la scultura, che pareva per me irraggiungibile e magica. Cominciai a visitare le mostre, ad intrattenere rapporti epistolari con gli artisti che più ammiravo - di alcuni conservo ancora le lettere o piccoli disegni - copiavo malamente le loro opere. Solo in seguito mi avvicinai ai classici e, per meglio capirli, fuori da ogni ambiente scolastico, li studiai a fondo, e questo fu un bene. Ora più che mai, infatti, penso che inspessire la propria coscienza critica sia importante almeno quanto saper dipingere. Dunque, convinto d'aver trovato uno dei passaggi segreti che portano alle emozioni più profonde - che non sta a me dire di che qualità siano, ma che fanno di sicuro parte di un sentire autentico e sincero - mi intestardii e seriamente iniziai a dipingere. Forse il ricordo di questa mia partenza insicura mi ha sempre consigliato di andare per cicli. Procedo infatti lentamente, lasciando dietro a me delle tracce, quasi per non perdermi. Eppure, alla fine, sempre mi perdo. Tranne qualche eccezione - vedi Picasso - un artista, fondamentalmente, ha un paio di cose da dire nella vita, non di più. Riuscire a rendere visivamente, con la propria calligrafia, queste due o tre cose nel miglior modo possibile non è affatto poco

C.G.
Sembra una spiegazione a posteriori; qualcosa di specifico avrà ben influenzato questa visione del fare artistico

S.L.
Forse una mia predisposizione caratteriale... sto cercando giustificazioni e spiegazioni alla rinfusa, qua e là.... è facile che possa aver influito anche una forte attrazione per la cultura orientale: dolce e severa, all'interno di una propria irripetibile cadenza. In essa, o nell'idea che di esse mi sono fatto, il gesto o la parola non trascrivono unicamente stati d'animo ma anche l'impossibilità di trascriverli compiutamente. L'arte esiste per una ragione universale: il mistero. Ognuno ha i suoi, alcuni sono di tutti. E' sufficiente che un artista dia conto della propria contemporaneità? Un tempo no, oggi forse
sì. Io procedo per cicli, senza lasciarmi distrarre, ma attento a tutto ciò che mi circonda. Quando trovo una porta vedo di aprirla senza scardinarla; se non ci riesco significa che di lì non dovevo passare. Tanto è tutto un buttar giù porte e portoni che, se anche ne risparmio una, poco cambia. Così procedendo, con passo lento, è però possibile che io mi accorga di alcune luci apparentemente meno luminose, ma non meno belle, soffocate dal chiarore che le circonda. Fissandole, mi avvicino. Purtroppo, più mi avvicino tanto più quei punti si allontanano. Rimane comunque la consapevolezza di averle individuate, e questo mi aiuta ad entrare in me stesso, portando all'esterno alcune immagini. Quando la tensione cala, è necessario provare ad imboccare una nuova strada e inizia così un nuovo ciclo.

C.G.
Non so se sia frutto di leggenda metropolitana, ma si parla di te, agli inizi, come di un giovane che pur di fare l'artista, rompe con la famiglia e si tuffa nel lavoro con una determinazione che tutti stupisce

S.L.
Oggi valuto diversamente la reazione dei miei genitori; è naturale che sia così. Sì è impaurito di fronte alla mia determinazione di dedicarmi all'arte; c'è stato un conflitto; la sua rigidità s'è scontrata con la mia. Non mi risulta vi siano genitori pronti a brindare nell'apprendere che i loro figli desiderano fare gli artisti. Anch'io oggi alzerei delle barriere, magari non altrettanto alte, ma alcune le alzerei. Da lontano, ora posso dire che anche questo conflitto mi ha giovato, perché mi ha in qualche modo obbligato a dimostrare subito la validità della mia scelta: le prime mostre ancora giovanissimo, amicizie, critici, presentazioni... Uscire di casa a 17 anni non è stato facile, anche perché a quell'età l'ingenuità può far scivolare l'entusiasmo dove non vorresti. Ma così è andata e le ferite di allora si sono cicatrizzate, mentre quelle di oggi sono ancora aperte

C.G.
Lasciamo allora le vicende personali e torniamo al tuo lavoro: in passato hai accennato ad una vistosa divaricazione, all'interno della tua esperienza artistica

S.L.
Divaricazione? Davvero ne avevo parlato? In ogni caso, in effetti è così. Inizialmente ho conosciuto una specie di irresistibile e inspiegabile attrazione per un movimento e un “sentire” artistico che invece in cuor mio sento quanto mai lontano: il Surrealismo. Non sono mai riuscito a spiegarmi
questo rapporto legato alla carne più che alla mente, una sorta di fantasia erotica. Mi riferisco al mio lavoro di incisore, poiché è da là che vorrei “farmi partire”, dalle prime incisioni, comprese le lastre graffiate senza esperienza alla fine degli anni Settanta. A rivederle, mantengono una loro dignità...
mentre i quadri che le precedettero, se potessi, li cancellerei persino dai ricordi. Anche se, forse,a qualcosa saranno pure serviti. Ma torniamo alle prime incisioni, all'interno delle quali costruivo stanze, inserivo oggetti: il loro profilo, elementi riconoscibili che si presentavano però in modo irreale... Una moltitudine di figure volanti, sorta di “ectoplasmi”, anch'essi indicavano altro dall'apparenza. Una contorta simbologia legata ad un pensiero favolistico “per adulti” (alla Bunuel) ma pensata da un minorenne. In realtà, dietro alla scena cominciava a vedersi quanto successivamente riempirà e ancor oggi riempie la mia pittura. Una pittura fatta di pochissime cose: una luce, un riflesso improvviso, una pennellata. E parlo di “pennellata” senza pentimento, anche a proposito delle incisioni; utilizzavo infatti abbondantemente l'acquatinta, assieme alla puntasecca e all'acquaforte, nonostante questo facesse storcere il naso ai puristi

C.G.
Continua ancor oggi questa contrapposizione tra chi non ha pregiudizi verso l'acquatinta ed i sacerdoti del lumicino della purezza del segno inciso...

S.L.
Io mi dicevo: se l'acquatinta l'ha usata Goya, perché non posso usarla anch'io? C'è sempre stato un certo attrito fra chi ritiene che l'incisione debba essere espressione segnica e chi ritiene invece che l'acquatinta non sia che uno degli strumenti dell'orchestra. Non sempre, ma in taluni casi è indispensabile e va suonato. Quello che è sicuro è che nulla sottrae all'approccio grafico che l'artista, quando si avvicina all'incisione, deve mantenere. Insomma, alle spalle della composizione, io inserivo un segno più libero, una materia meno controllata. E' molto probabile che da questi interventi, legati non al caso ma all'imprevedibilità del gesto, come detto, siano nati i lavori successivi, a divaricazione avvenuta. Non è stato facile, ma quando sono riuscito ad allontanare i miei incubi è come se avessi aperto le finestre di un retrobottega che è risultato vasto quanto speravo. Mi sono anzi ritrovato al largo, in mare aperto, all'interno di un paesaggio senza presenze. Un paesaggio fatto principalmente d'aria, in questo momento di acqua: soggetti ipnotizzanti, se fissati intensamente. Più volte ritratti nella storia dell'arte, ma in realtà irritraibili. L'impianto figurativo non può che avvicinarsi all'astrazione, anche se poi, chissà come, l'acqua torna ad essere acqua e quelle in alto sembrano proprio nuvole. Completamente libero, quanto un tempo ero completamente legato al racconto. Non è un paesaggio visto, bensì un luogo della memoria, dove i confini veri sono gli stati d'animo

C.G.
Per inciso: ti sei mai chiesto del perché della tua pervicace avversione per il Surrealismo?

S.L.
Per “inciso” non è male, parlando di grafica. Fatto sta che guardando agli autori che più ho amato e amo, non ce n'è uno che sia surrealista e questa è una cosa stranissima. Mi sembra che in una visione surrealista, tutto risulti troppo facile. Dovrebbe essere il contrario, ma per me è così. E' come se l'artista surrealista tenesse vicino al cavalletto il libro della cabala, facendo corrispondere ad ogni sogno un numero. Un numero che, perché no, ogni tanto esce. E poi il Surrelismo, nel suo desiderio di porsi sopra-al-reale, a ben vedere deve diffidare anche del suo principale elementeo ispiratore: il subconscio. Esso è tale, infatti, proprio perché esce da un pensiero conscio, senza il quale non troverebbe giustificazione. Ma qui mi sto annodando... il fatto è che soprattutto in questo momento non ho nessuna voglia di staccarmi dai miei “consci” pensieri. Tempo fa, nel sonno, ricordo d'aver sognato che ero steso su un prato e stavo sognando, un sogno nel sogno; quando all'improvviso
mi sono svegliato ho pensato: “per fortuna era un sogno”, invece dormivo ancora. No, si va troppo in là con il Surrealismo. Certo, l'arte tutta crea immagini interiori, cos'altro potrebbe fare? Ma per crearle deve tenere gli occhi bene aperti... e poi lasciarsi andare.

C.G.
Raccontaci allora quali sono stati i maestri che ti hanno maggiormente influenzato e quelli che hai amato e ami di più

S.L.
Per cominciare, una delle cose di cui vado davvero orgoglioso, è che posso affermare di aver subito il fascino di artisti tra loro molto diversi: astratti, figurativi, informali, romantici... l'artista non è un dermatologo o un podologo. Dalla contemporaneità alla classicità, da Goya a Burri, da Friedrich a Mondrian... da Kounellis a Guccione, senza barriere. Senza disciplina. Come un approccio letterario, dove leggi tutto e dove imprevedibilmente scegli una tua via. Oggi in un'arte piena di podologi, questo modo di porsi penalizza. Oppure aiuta, dipende da quali siano gli obiettivi. La mia, per citare un caso che conosco credo assai bene, è vista come una presenza ibrida, non iscritta, non schierata né da una parte né dall'altra. Come si diceva, volendo, un mio lavoro lo si può leggere sia come astratto che
come figurativo. Come non bastasse, ho avuto prefazioni e scritti da critici tra loro non imparentati. Per quel che mi riguarda, i sentimenti li esprimo con gli unici mezzi a mia disposizione, non rinunciando a niente della mia libertà. Non si tratta più oggi di difendere una precisa posizione, di litigare fuori da un bar: qui si vendono veri e propri abbonamenti alla curva sud, confidando che la propria squadra vinca. Le colpe maggiori, a ben vedere, non sono degli artisti

C.G.
Non sembri molto disponibile verso i critici

S.L.
Non è così. Ho molti amici tra i critici d'arte. Con alcuni ho ottimi rapporti da molti anni. E non necessariamente perché abbiano scritto o possano scrivere del mio lavoro. Rapporti di amicizia autentica: penso a Tassi e ad Argan, purtroppo scomparsi... Penso a quelli a me generazionalmente più vicini, Vallora, Sgarbi, Goldin, D'Amico, Gualdoni... Quanta distanza tra loro! Ma la loro intelligenza mi interessa, la ascolto. Loro ascoltano me, anche se mi accorgo di essere guardato come si guarda un animale raro. Almeno, così a me sembra. Se fosse vero, non mi spiacerebbe, poiché quelli rari di solito li proteggono. Quello che proprio non sopporto è come la critica, intesa come indicatore di
qualità, si comporta quando è chiamata ad assegnare i posti in ogni importante e blasonata manifestazione: qui scatta un meccanismo che sempre si ripete. Ciò che preme ai curatori è lasciare un segno indelebile e il modo più semplice per riuscirci è creare stupore. Da sempre l'arte “stupisce”, ma io mi riferisco allo stupore che viaggia per scorciatoie, accorciando enormemente i tempi della riflessione. Lo si trova nella pubblicità, ad esempio. Ciò che appare preponderante nel mondo dell'arte oggi è lontano dal mio modo di vedere le cose: La mia, ma non solo la mia per fortuna, è una camminata più lenta, non precipitosa, non legata all'avvenimento stagionale. Per farmi meglio capire, e mi scuso in anticipo per i nomi che andrò a citare senza il loro consenso, fossero con noi oggi – ne sono convinto – i giovani Morandi, Bacon , Giacometti (per dirne solo tre) non entrerebbero né alla Biennale di venezia né, tantomeno, a Kassel: troppo normali. E pensare che basterebbe togliere qualche “toro” vivo o qualche caterpillar addobbato come un albero di Natale.
Ma su tutto ciò si pubblicano libri, che poi arriveranno all'interno delle accademie, si scrivono degli articoli, se ne discute attorno a prestigiosi tavoli. Su tutto ciò si forma, anzi si è già formato, lo zoccolo culturale delle nuove generazioni. Ma è meglio fermarci qui

C.G.
Ma no, parliamone invece....

S:L:
Se da parte del gallerista o del critico nei confronti di un determinato artista c'è disistima autentica mi vanno bene il suo silenzio o i suoi giudizi negativi. Ma se il silenzio o la stroncatura derivano, sono la diretta conseguenza di un sottobosco fatto di gelosie e personalismi, allora lo trovo semplicemente vergognoso. Frutto e risultato di interessi di bottega, ma anche di basso ideologismo culturale. Un critico che scrive non altro che di artisti figurativi non è un critico che si è “specializzato” ma che capisce poco. Mi impauriscono i portatori di certezze, nell'arte arte e in ogni altro luogo.

C.G.
Chiarito questo aspetto torniamo al discorso avviato in precedenza a proposito dell'incisione

S.L.
Sì, ad un certo punto mi sono accorto che architetture e geometrie imponevano a tal punto la loro presenza sino a creare dei vuoti; come se, per fare un esempio, dipingendo una pala d'altare, il pittore concentrato nell'impianto compositivo, si fosse scordato di inserire i santi. E allora ho pensato progressivamente di liberarmene, smontando le impalcature, ed è rimasto quanto prima era in secondo piano: lo sfondo

C.G.
Come incisore hai ottenuto consensi tra i più prestigiosi e significativi, da tutti considerato un sicuro riferimento. Ad un certo punto, però, hai staccato la spina. Hai smesso di incidere. Cos'è successo?

S.L.
Alla fine degli anni '80 ho improvvisamente smesso di fare incisioni. Dopo trecento lastre, dopo essermi speso in anni di lavoro con quest'unica tecnica, ho smesso. La ragione che mi sono dato è che ero arrivato a dare spazio più all'elemento tecnico che non al contenuto. In contemporanea ha però forse influito la noia che circonda il mondo dell'incisione. Mi spiace dire queste cose sull'ambiente nel quale ho lavorato per anni e dal quale ho avuto innumerevoli soddisfazioni, ma così è... generalizzando naturalmente. Quale carta usi, come la usi, che tipo di acidatura fai, come ti regoli con la pressione? E l'inchiostro? Io usavo inchiostro mezzo litografico. “Mezzo litografico? Ah... orrore!”. A parte qualche mirabile eccezione, mai che si parlasse di contenuti, sempre e solo di tecnica. Se io impiego tre mesi per realizzare una piccola immagine e Matisse pochi secondi per tracciare una figura, è quasi sicuro che vince Matisse. La tecnica è importante naturalmente,
ma dev'essere sempre al servizio dell'immagine. Anche perché tecnica, in incisione, spesso è l'abbreviazione di “effetto tecnico”. E la parola “effetto” in arte andrebbe abolita. L'effetto inventa per suo conto e nei limiti del possibile bisogna combatterlo, non favorirlo per suscitare facile ammirazione

C.G.
Tu hai comunque avuto molto da quel mondo e da quella tecnica

S.L.
Se ti inoltri nell'incisione con la consapevolezza che può darti opportunità espressive diverse da quelle che possono offrirti la pittura o la scultura; se davvero fai l'incisore e non demandi ad altri – allo stampatore nella fattispecie – di scopiazzare sotto forma di grafica un lavoro già realizzato con altra tecnica, se fai tutto questo, alla fin fine trovi uggioso sentir dire che bisognerebbe far così e cosà. E invece alla testa dell'esercito che ancora si riconosce nella grafica, e che speriamo duri finché dura l'arte, in troppi sono affascinati da questo tecnicismo, e lì si crogiolano perdendo di vista
altri valori. Io ero arrivato ad un punto pericoloso: la tecnica (non ne sono certo, ma così ad un certo punto ho creduto) ispirava l'immagine e non viceversa. Era la tecnica a muovere l'immagine e ho avuto paura. Mi son detto: hai fatto una sostanziosa quantità di lastre, gran parte di queste hanno una non-tiratura di tre-quattro prove; come incisore puoi anche morire. La cosa a dir poco singolare è che ho deciso di smettere nel momento di maggiore interesse per le mie lastre.

C.G.
Con qualche problema, credo, nel passaggio da una tecnica all'altra

S.L.
Nei primi tempi i dipinti tentavano di mantenersi sullo stesso binario dell'incisione. Le luci, la monocromia dei toni, la profondità dei neri, le prospettive geometriche; il risultato era sconfortante. Una pittura essenzialmente decorativa. L'esatto contrario di quanto avviene abitualmente quando un pittore, per soddisfare la committenza, si avvicina occasionalmente all'incisione, cercando con essa di tradurre un modello pittorico. Io, senza successo, inseguivo un'idea grafica. Ancora mi ha aiutato la mia ostinazione. Ho smontato i miei vagoni e li ho rimontati in un altro binario. Speriamo che non sia un binario morto, per il momento non ne vedo la fine. Per prima cosa ho eliminato l'impianto scenografico, ingrandendo quanto prima era sullo sfondo; o, forse, mi ci sono solo avvicinato. Ora lo spessore materico incoraggia il colore: nei contrasti di luce, in un riflesso d'acqua, in una nuvola lontana. Poche cose che a me, però, bastano. Dell'incisione mi è rimasto il formato: ancora non riesco a fare quadri di grandi dimensioni: Ma anche in questa anomalia ho illustri compagni di viaggio, da Klee a Licini

C.G.
Nel tuo modo di parlare, nel tuo atteggiamento, si sente una grande passione – nel senso autentico del termine – per la creazione artistica e per le sue implicazioni....

S.L.
Per me è la vita; però affermo ugualmente che l'arte oggi non è necessaria. Basta guardarsi attorno per averne infinite prove. Se la si fa, se la si compra, almeno ci sia passione, uno spirito di assoluta sincerità. E' vero che l'arte allarga il filo sopra al quale camminiamo, ma è vero anche che te lo alza vertiginosamente, creando sempre nuovi interrogativi. Ti colma di gioia ma, al contempo, indica anche una serie di interrogativi esistenziali dentro ai quali è poi facile addentrarsi.

C.G.
Il dibattito sul ruolo dell'arte ma anche e soprattutto sul ruolo dell'artista sembra oggi del tutto scomparso. Fatte salve due o tre eccezioni, c'è qualcuno oggi che prenda meno posizioni degli artisti?

S.L.
Dell'artista rimangono essenzialmente le opere, non le parole, sin qui siamo tutti d'accordo. Alcuni sono stati sempre in silenzio, altri hanno scritto molto lasciando testimonianze spesso commoventi e di grande intelligenza. Ognuno fa quello che vuole, certo che oggi prevale il silenzio. L'artista interviene poco perché non ha niente da dire? Perché a lui niente viene chiesto? Perché è più concentrato di un tempo sul proprio lavoro? O perché è intimorito dalle ritorsioni che potrebbe subire dalla critica e dal mercato? Mah! Non è nelle mie attese il ritorno dell'artista che entrava nella politica
in modo forte e diretto (anche se, essendo “soggetto pensante”, potrebbe capitare), ma sono convinto che darebbe un contributo efficace se intervenisse nel dibattito.

C.G.
Non è che questo silenzio sia conseguenza anche dell'assenza di quei maestri che dalle Accademie in cui insegnavano costituivano un preciso punto di riferimento non solo sul piano espressivo ma anche etico?

S.L.
Le Accademie? Bella grana le Accademie. Cominciamo col guardare chi oggi dirige le più prestigiose, chi ci insegna. Alcune figure sono eccellenti, ma in generale? E' stata abolita la chiamata per “chiara fama”, privilegiando i concorsi, i punteggi, il numero di figli... eppure rimangono utilissime le Accademie, poiché i ragazzi che le frequentano rimangono lì a coltivare il proprio talento per qualche anno. D'altronde, siamo sinceri, grandi artisti di un passato anche recente, si sono rivelati pessimi insegnanti. Quando avrei dovuto frequentarla io erano i tempi che si cercava di togliere alla parola Accademia quel senso nostalgico imbevuto di passato, di non contemporaneo; il risultato fu che all'improvviso nessuno più dipingeva: era tutta una performance, un susseguirsi di progetti irrealizzabili. Detto questo, non è facile pensare delle strutture all'interno delle quali far transitare le proprie speranze, creando magari nuovi germogli. Però non è facile neppure farle andare così male. Potrei chiudere così come avevo iniziato, parlando degli ostacoli familiari; le Accademie sembrano dirti: “Se resisti e tieni duro, significa che ci credi davvero”



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