-SILVIO LACASELLA
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Conversazione con Marco Vallora
Maggio 1998



Conversazione con Camilla Grillini
Ottobre 2003



Conversazione con Fabrizio D'amico
2009



Conversazione con Filippo Bordignon
Febbraio 2010

Cosa significa per lei la natura, sotto un profilo emotivo?

La natura, persino quella osservata nel vetrino del microscopio, ha una sua “risonanza” emotiva.
Senza natura non ci si può immaginare. Noi stessi, infatti, siamo natura. Se poi si intende per natura
quanto ci circonda, nella storia dell'arte essa ha cominciato ad abbandonare la sua funzione scenografica, per assumere un ruolo determinante all'interno del soggetto, con pittori quali Bellini, Giorgione sino a trionfare definitivamente con i romantici. Una natura, questa, idealizzata e sublimata, e penso a Turner o a Friedrich. Ecco citati quattro artisti che ho guardato moltissimo.

Quali sono gli elementi che incorrono a creare la sua poetica pittorica?

Pochi. Davvero pochi, ma per me importantissimi. La linea lontana dell'orizzonte, una luce improvvisa, un riflesso d'acqua. Mi attira soprattutto l'irritraibile. Cioè quello che cambia nel momento stesso in cui lo guardi.

L'astrazione in un soggetto è un tentativo di complicazione o quali sono i suoi intenti?

L'astrazione, a mio avviso, non esiste. Si tratta di una visione talmente ravvicinata da eliminare i riferimenti col reale. Per quel che mi riguarda, il confine è sottilissimo. Inizio il quadro con una traccia figurativa - e non sarei capace di fare altrimenti - ma poi subito me ne dimentico, per inseguire, come dicevo, altri stati d'animo.

Qual è il dono più grande che le ha donato il suo talento per la pittura?

Oggi l'arte è legata indissolubilmente al mercato, e questo è un male. Se però così non fosse, con tutta probabilità sarebbe già sparita, poiché il nostro vivere è concentrato in tutt'altra direzione. Il dono più grande è poter rimanere me stesso. Un evidentissimo privilegio, me ne rendo conto.

Certe sue opere sembrano percorse da un vento desolato. Qual è il suo rapporto con il silenzio?

Gran parte della mia giornata la vivo nel silenzio più assoluto. Però il “silenzio” è una condizione mentale, può essere interiormente silenzioso anche un impiegato dell'ufficio informazioni. Se il riferimento è ai miei quadri, credo si tratti del senso di “assenza” che segue l'evento. Temo che certi riferimenti gonfino in forma esagerata le parole, altrimenti parlerei del mio rapporto con la cultura orientale o delle implicazioni filosofiche (non solo zen) legate sempre al silenzio. Stiamo invece leggeri. Walter Bonatti, il grande alpinista, ha detto: “La solitudine acutizza la sensibilità e amplifica le emozioni”

Cosa augura a se stesso maggiormente?

In pittura, di non allentare mai la mia ostinazione. Nella vita, la capacità di allentarla quando è necessario. Posso citare una frase di Allan Poe? “ Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte”

L'arte è per lei maggiormente un'esigenza o una possibilità?

Entrambe le cose, naturalmente.

Chi e cosa la influenzano?

Mi influenzano di sicuro i miei stati d'animo, ma questi avrebbero davvero pochi frutti se, attorno e dentro ad essi, non si fossero innestati altri rami. E' come parlare del talento. Il talento se non è “preso per mano” strada facendo poi lo si perde. Certo, alcuni artisti li ho studiati molto, credo però che molto di quanto mi ha sin qui influenzato sia entrato da porte secondarie, in apparenza lontane dal mio modo di esprimermi. Siamo, insomma, nostro malgrado o per fortuna, impolpettati con gli umori del nostro tempo.

Cosa non digerisce di ciò che le è contemporaneo?

La presunzione, da parte di alcuni, di stabilire i confini della contemporaneità. Oggi in arte si è esaurita la capacità di rottura che ogni avanguardia portava con sé, da Giotto a Duchamp. Ogni successiva azione è stata una sorta di rivisitazione e, dunque, stabilire quanto è strettamente contemporaneo avviene in situazioni dettate non dalla realtà ma esclusivamente o dall'ignoranza o dal mercato.

 

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