-SILVIO LACASELLA
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Giulio Carlo Argan 1985

Guido Giuffré 1986

Roberto Tassi 1987

Vittorio Sgarbi 1989

Roberto Tassi 1990

Paolo Lanaro 1991

Flaminio Gualdoni 1992

Elena Pontiggia 1992

Valerio Magrelli 1994

Nico Stringa 1996

Franco Marcoaldi 1997

Piero Guccione 1998

Charles Tomlinson 2000

Fernando Bandini 2000

Marco Goldin 2004

Fabrizio D'Amico - Settembre 2009

Marco Vallora 2009


Osservando queste ultime opere di Silvio Lacasella, che indicano un'ulteriore metamorfosi nel lungo e complesso itinerario compiuto dall'artista vicentino a partire dalle sue iniziali incisioni di figurativismo stretto, mi è tornato alla mente uno straordinario racconto di Honoré de Balzac, “Il capolavoro sconosciuto”.

Vi si narra del giovane Poussin, che recatosi nello studio di Porbus per mostrargli alcuni suoi disegni, incontra un vecchio dall'aria diabolica. E' Frenhofer, il quale si scaglia con veemenza contro quella pittura che rappresentando tal quale la natura, crede perciò stesso di averne carpito il segreto. Ma quando mai. Basta stendere la mano sulla tela e accarezzare il seno che vi è raffigurato, per capire quale distanza separi un corpo palpitante dalla rigidità di un cadavere.

No, la pittura non deve farsi calco della natura, ma cercare invece di “cogliere lo spirito, l'anima, la fisionomia delle cose”. Soltanto così si può ambire alla verità, alla bellezza. Soltanto stringendola in una forma proteiforme e cangiante; perché tale è la realtà che ci circonda.. Quanto a lui, Frenhofer, sta lavorando da più di dieci anni a un quadro intitolato “La Belle Noiseuse”. E naturalmente Porbus e Poussin vi si avvicinano con trepidazione. Finalmente potranno vedere i concreti risultati delle sue teorie rivoluzionarie. Ma quale delusione, quando comparirà davanti ai loro occhi una tela incomprensibile, coacervo di colori “confusamente ammassati e contenuti in una moltitudine di linee bizzarre”.

Soltanto ai margini del quadro, là in basso, in un angolo - quasi fosse “sfuggito a un'incredibile distruzione” - Porbus e Poussin scorgono un piede che emerge dal caos informe dei colori: ultimo residuo del linguaggio rappresentativo; l'unico che i due conoscono, e oltre il quale vedono approssimarsi l'abisso del più assoluto nichilismo.

In questo racconto di quaranta pagine - l'opera letteraria più amata da Cezanne – è mirabilmente prefigurata l'intera vicenda artistica del moderno; tutto il carico innovativo e aporetico che la contraddistingue; tutti i colpi e contraccolpi che scandiscono il suo accidentato itinerario, ben lontano dall'essere giunto a conclusione, come indica la stessa vicenda artistica di Lacasella.

Nella sua opera, infatti, è come se convivessero e confliggessero entrambi i poli, entrambi i contendenti: classico e moderno, rappresentativo ed espressivo, natura e storia, figurazione ed astrazione. Prendete questi suoi ultimi quadri, dove si utilizzano cementite, bitume, pastello, olio, tempera. Anche qui, come accadeva in passato, si parte da un paesaggio (l'amore per un pittore come Friedrich non è certo cosa che si possa dimenticare tanto in fretta!). Na quel paesaggio, ora, non ha più modo di distendersi e dipanarsi in un racconto compiuto, in una narrazione definita. Ora viene investito e sommerso da un grumo di materia, per riaffacciarsi poi alla luce dopo la progressiva raschiatura di quel grumo. Il paesaggio cioè, e con esso la natura e la figurazione, è ridotto a scoria, resto, reliquia di questo doppio processo di accumulazione e sottrazione, che pone ormai definitivamente, al centro dell'opera, la luce. Anch'essa catturata valorizzando il suo rovescio: l'ombra.

Perché? Cosa indica questo continuo gioco del mettere e levare? Perché l'idea, la forma, possono manifestarsi e vivere soltanto attraverso il loro opposto, la loro negazione? Di che si tratta? Dell'estremo tentativo di una pittura fine Novecento che cerca disperatamente di uscire dal terribile labirinto prefigurato da Balzac? Sì, certo. Ma non yutto si spiega con la storia, e con la successione lineare degli eventi.

Giordano Bruno, ad esempio, sosteneva già ai suoi tempi che lo stesso Dio non può essere considerato alla stregua di “una luce incomprensibile e assoluta. No, Dio è anche ombra, universo, natura. Insomma tutto quanto scorre nelle cose”.

Franco Marcoaldi 1997


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