-SILVIO LACASELLA
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Charles Tomlinson 2000

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Marco Vallora 2009


“Nei pomeriggi invernali la mia passeggiata quotidiana è diretta spesso verso ovest, in direzione del sole deponente, lungo un sentiero che è una linea inaspettatamente diritta, una volta una strada romana ora divenuta una traccia fangosa tra gli alberi. La passeggiata, con quella sua linea diritta d'avvicinamento verso un sole nascosto che rosseggia in distanza e quella vista improvvisa del cielo e delle nuvole emergente non appena cessano gli alberi possiede tutta l'ambiguità e la bellezza di un quadro di Silvio Lacasella. L'ambiguità delle immagini di Lacasella è tutta là, nella presenza della distanza e della luce, e nella domanda: cosa è che sto guardando? Una gran barriera di nuvole, per esempio, potrebbe essere in procinto di formarsi sopra la linea dell'orizzonte e di nascondere il sole stesso. Così nelle pitture di Lacasella, dove una subitanea sfumatura di fuocochiazza i tratti più alti di questa barriera. Si è convinti dell'apparente solidità delle nuvole, che queste formino un terreno elevato, un orizzonte sopra l'orizzonte, come avviene ancora una volta in quei quadri, e che siano delle colline pedemontane che possano in ogni momento svelare montagne, facendo della nostra valle del Colswold un rifugio in quella massa. Si è rapiti da questa illusione fin quando il fuoco del sole oscurato penetra la massa verticale delle nuvole e solidi lingotti ora si mostrano, secondo un effetto tipico di Lacasella, aspergendola, mentre i frammenti fusi, o almeno così appaiono, sgocciano dietro la curvatura dello spazio. Eppure, sarebbe impossibile scalare quella collina di nuvole. La cosa irrefutabile è il freddo dal quale, alla fine, un'esile luna appare a poco a poco, una lama curva sull'oscurità che ora rimpiazza il sole, le montagne, i frammenti fusi. Mi ricordo, al modo di uno di quei pannelli d'un tempo e d'uno spazio differenti che Lacasella introduce in una delle sue viste di alcune volte in cui, in volo sopra questa campagna in un aereo diretto a New York, questo imprimeva la sua traccia di vapore - Lacasella riuscirebbe senz'altro a dipingerla – su di un cielo nudo al di sopra delle nuvole. Laggiù in basso riuscivo a vedere il nostro paesaggio familiare mentre innalzava spalle di colline sulle valli, con una solidità che le nuvole potevano solo imitare. Roberto Tassi ha parlato dei panorami - o si tratta forse di “aerorami” (airscapes) o “cielorami” (skyscapes) – di Lacasella come rassomiglianti a vedute colte da un finestrino di un'automobile in corsa, ci hanno fornito un nuovo accesso al paesaggio che i nostri antenati non conoscevano. . Ma ha reso anche difficile arrivare ad un'idea definitiva di cosa sia un paesaggio, quella speranza di finalità presentata nelle formule dell'arte pittoresca e romantica del secolo diciottesimo. Come scrive Tassi, Lacasella incarna “la difficoltà di una visione, che non può più essere unitaria, totalizzante, armonica, aperta all'infinitezza”. Così i quadri, con quelle loro memorie di infinito, le loro riminiscenze di viste romantiche – Turner, Friedrich – ci rammentano, in molti casi attraverso la loro forma e grandezza, dell'esistenza dei limiti, dell'impedimento di una finestra, del mezzo del colore stesso (macchie, sedimenti, chiazze di pigmento in rilievo che rifiutano di essere spianate). Si resta con una sensazione sia di un irriducibile mistero delle cose sia dell'inafferrabilità del Ding an sich. Ci si muove tra Kant e Heidegger, ma in un mondo di luce, oscurità e colore che pochi filosofi hanno trattato o sarebbero capaci di evocare.”

Charles Tomlinson (traduzione di Marco Fazzini) 2000

 

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